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INCLUSIONE e altri paroloni

Si parla tanto di inclusione, ma non ho mai avuto il piacere di sentirmi davvero inclusa nella società, o almeno non senza pagare un caro prezzo.

Coloro che si riempiono la bocca con questa parola hanno spesso un’aria inquietante: uno sguardo tra il contrito e lo speranzoso. Si vede che fanno appello al loro buon cuore e alle loro alte ideologie, mentre cercano di convincere gli altri a fare altrettanto. Un’invito alla tolleranza, coperto con un lenzuolo troppo sottile di finta naturalezza e assenza di sforzo, che li fa sentire persone migliori.

-Perché se hai bisogno di essere incluso vuol dire che sei diverso, nel senso… sì, insomma, non posso mica dire sbagliato, sennò che inclusione è? Però hai qualche problema, ecco. Non sei come me, come tutti gli altri.-

Inclusione significa pluralità e le persone non sono educate alla pluralità.

Per concepire la presenza di elementi difformi hanno bisogno di definirli in termini di valore, ma l’unico modo di attribuire un valore a qualcosa è stabilire un parametro di riferimento e, in questo caso, il parametro di riferimento è rappresentato da un termine statistico, ovvero la tipologia umana maggiormente rappresentata, da cui il fraintendimento semantico: normale = migliore, giusto.

Bella sfiga, ti dici.

Tutto il nostro assetto societario è basato sul funzionamento della maggior parte delle persone e, detta così, sembrerebbe anche una cosa legittima, quantomeno democratica ed è proprio questo a dimostrare quanto poco siamo educati alla pluralità.

Siamo incapaci di concepire un sistema societario che preveda diverse modalità, tutte valide in termini di efficacia, per fare qualcosa.

Ci sentiamo autorizzati ad aspettarci che chiunque possa adeguarsi alle modalità stabilite da una tipologia di essere umano, che, per quanto numericamente ben rappresentata, rimane una in mezzo a molte. Chi non ce la fa disattende le aspettative, non può far parte della società “sana”, è evidente.

Poco importa se il “tipo strano” ha in serbo un modo diverso, ma valido, per fare quella cosa, se non la fa come gli altri va categorizzato, corretto, normalizzato.

Non puoi essere difforme e farla franca, cribbio!

Li sento i vostri pensieri scettici.

Vi sento mentre pensate che questi fantomatici modi alternativi non sarebbero altrettanto efficaci di quelli tradizionali.

Sento le vostre unghie graffiare i vetri mentre vi giustificate con voi stessi “I sistemi che regolano la società si sono definiti in decine, centinaia, migliaia di anni di aggiustamenti, e quindi, ad oggi, rappresentano la migliore alternativa possibile”.

Molte volte le procedure tipiche non sono tali a fronte di un reale vantaggio rispetto ad alternative eventuali, sono solo culturalmente determinate, sono tradizioni procedurali.

La nascita e la veloce evoluzione di una comunità neuroatipica, catalizzata dalla possibilità di creare una rete di contatti virtuali, che più spesso di quanto si pensi si concretizzano in interazioni in persona, sta definendo velocemente modi totalmente innovativi ed efficaci di “funzionare”.

Si stanno delineando situazioni che vanno oltre l’aspetto strettamente socializzante del contatto con l’altro. Si configurano gruppi di lavoro e collaborazioni che funzionano su basi e prerogative che non sono quelle tipiche.

Una modalità interessante è quella di fondare sistemi di collaborazione basati su gerarchie orizzontali, anziché verticali. Al posto di una “direzione dei lavori” viene posta una moderazione. Mentre le idee e i contributi sono liberi di circolare senza subire pressioni dall’alto, il lavoro procede in modo flessibile e mai scontato, perché l’apporto libero ridefinisce costantemente modalità e, quando è opportuno, obiettivi.

Un’altra peculiarità consiste nella gestione dei tempi di lavoro.

E’ risaputo che le persone neuroatipiche vanno incontro a sovraccarichi di vario genere, questo rende necessari tempi di recupero, ebbene può capitare che un gruppo di lavoro venga temporaneamente sospeso, per poi riprendere la sua attività dopo qualche giorno, come se niente fosse, nessuno si scompone e la resa è ottimale.

Nella comunità tipica questo verrebbe letto come un fattore di debolezza, ma in realtà richiede solo una diversa organizzazione che, anche se non rientra tra le possibilità tradizionalmente concepite, funziona!

Le persone che hanno ancora risorse da spendere possono portare avanti il lavoro in autonomia, preparare contenuti, strutturare idee, curare la logistica e sottoporre tutto ai collaboratori una volta ripartita la macchina. A quel punto, nel pieno delle proprie energie, il gruppo riprende la sua attività al meglio e di buona lena.

Una questione che merita attenzione è la comunicazione.

Da autistici diagnosticati siamo abituati a sentirci dire che abbiamo deficit nella comunicazione verbale (interpretazione troppo letterale, pedanteria, eccesso di tecnicismi, tendenza ad essere criptici, etc.) e non verbale (scarsa lettura e uso del non verbale a favore del significato letterale) che renderebbe poco efficace il nostro linguaggio.

Partecipando a vari gruppi, di lavoro e confronto, sia a composizione atipica che mista, posso affermare con una certa tranquillità che quanto sopra determina una differenza nello stile comunicativo che, senza dubbio, rende reciprocamente poco efficace la comunicazione, nel momento in cui ci si confronti con persone con uno stile diverso dal proprio, ma, nell’ambito delle collaborazioni tra persone neurodiverse, un linguaggio letterale è tassativamente richiesto, i tecnicismi sono apprezzati e motivo di approfondimento, la pedanteria si trasforma in instancabilità nel trattare l’oggetto in questione e, se qualcuno usa un linguaggio che trovo criptico, mi assumo la responsabilità di non sapere, non attribuisco a lui la colpa di farmi sentire ignorante limitando così la mia comprensione, anche perché nessuno mi impedisce di chiedere delucidazioni.

Una società che non è capace di concepire la contemporaneità di molteplici soluzioni procedurali non potrà mai dirsi inclusiva.

Credere che ci sia un unico modo per fare le cose, che tutti devono sforzarsi di imparare, è estremamente discriminante.

L’effetto di questa credenza porta a svilire e patologizzare ciò che rappresenta invece una risorsa, in quanto una società plurale è una società capace di rispondere ad un numero maggiore di problematiche ed esigenze, capace di trovare un numero maggiore di soluzioni.

Inclusione è decidere che non siete gli unici ed essere validi.

Inclusione è umiltà.

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